Mario Sironi nasce a Sassari nel maggio del 1885. La famiglia si trovava in Sardegna perchè il padre Enrico, lombardo, ingegnere del Genio Civile, era impegnato nella realizzazione del Palazzo della Prefettura e della Provincia di Sassari. La madre Giulia, di origine toscana, era figlia di Ignazio Villa, poliedrica figura di architetto, astronomo, scultore e inventore, la cui personalità avrà una forte influenza sull’artista. Nel 1886 la famiglia lascia la Sardegna e si trasferisce a Roma, dove l'artista compie gli studi.
Al 1898 risalgono i primi disegni. Nel 1902, dopo il diploma, decide di iscriversi alla facoltà di Ingegneria che abbandonerà nel 1903, sofferente di disturbi nervosi, per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Incoraggiato dallo scultore Ettore Ximenes e dal pittore Antonio Discovolo, amici di famiglia, dipinge quadri di impostazione divisionista. Frequenta la Scuola Libera del Nudo di via di Ripetta, dove conosce Umberto Boccioni, Gino Severini e Giacomo Balla.
Nel 1905 partecipa all’Esposizione della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti a Roma. Nello stesso anno inizia la sua feconda attività di illustratore, eseguendo alcune tavole per la rivista “La Lettura” e tre copertine per il periodico “L’Avanti della Domenica”. In questi anni casa Sironi è frequentata da artisti e letterati, tra cui Cipriano Efisio Oppo, Vincenzo Costantini (che sposerà la sorella Marta), Filippo Tommaso Marinetti, Anton Giulio Bragaglia oltre a Boccioni, Balla e Severini. Grazie all’ospitalità e al sostegno del cugino medico Torquato Sironi, nel 1906 soggiorna a Milano. Frequenta Boccioni e si reca con lui a Parigi, dove approfondisce la conoscenza della pittura francese. L’esempio di Cézanne e del postimpressionismo, in particolare di Pisarro, influenza il modo di dipingere di Sironi tra il 1908 e il 1911; si tratta di una pittura divisionista simile a quella di Balla, ma più larga e densa.
Le opere di Sironi, tra il 1913 e il 1914, denunciano l’influsso di Boccioni e delle suggestioni cubiste, ma anche della grafica degli espressionisti tedeschi, conosciuti nei suoi soggiorni in Germania. Aderisce al movimento futurista e prende parte all’“Esposizione libera futurista” presso la Galleria Sprovieri di Roma. Nel 1914 conosce Matilde Fabbrini, insegnante di francese e sua futura moglie. Tramite Marinetti, tornato da un viaggio in Russia, conosce il cubofuturismo russo. La pittura di Sironi pian piano comincia a discostarsi dal futurismo di Boccioni e dal cromatismo di Balla; predilige colori dai toni scuri, foschi, tutta la gamma delle terre e mantiene, nonostante la frammentazione dell’immagine, una grande solidità costruttiva.
Nell'ottobre del 1915 firma con Marinetti, Boccioni, Luigi Russolo e Antonio Sant’Elia il Manifesto interventista L’Orgoglio Italiano. Nel 1916 sulla rivista “Gli Avvenimenti” Boccioni loda l’opera di Sironi illustratore, di cui elogia la potenza plastica e lo spirito ironico, citando anche la sua opera pittorica. Il 1919 è un anno denso di importanti avvenimenti per Sironi. A luglio sposa a Roma Matilde Fabbrini, dalla quale avrà due figlie, Aglae e Rossana. Ha la sua prima personale alla Casa d’Arte Bragaglia in via Condotti; sulla rivista “Valori Plastici” la mostra è aspramente criticata da Mario Broglio. Si trasferisce a Milano e partecipa alla “Grande Mostra Futurista” di Palazzo Cova con quattordici opere, molte delle quali ispirate alla recente esperienza bellica. La sua attività di illustratore diviene intensa: inizia a collaborare con la rivista “Ardita” e con il periodico “La Fiamma Verde”.
Nel gennaio del 1920 firma, insieme a Leonardo Dudreville, Achille Funi e Russolo, il Manifesto Contro tutti i ritorni in pittura, in polemica con la rivista “Valori Plastici”, che può essere considerato il primo passo verso la genesi del Novecento Italiano; frequenta il “salotto” milanese della Sarfatti, futura animatrice del movimento. Nel marzo dello stesso anno insieme a Bucci, Carrà, Carpi, Dudreville, Funi, Gigiotti Zanini, Leto, Livi, Martini e Russolo espone a Milano alla Galleria Gli Ipogei. Nelle opere esposte da Sironi in questa occasione la figura umana viene costruita dall’artista architettonicamente e la luce è utilizzata per conferire drammaticità al contrasto tra spazio e figure. In questi anni Sironi inaugura nei suoi dipinti un nuovo tema, quello delle periferie e dei paesaggi urbani, immagini deserte e inquietanti della città moderna, dove raramente è presente, isolata, la figura umana.
Tra il dicembre 1920 e il gennaio 1921 partecipa insieme ai futuristi alla “Exposition Internationale d’Art Moderne” di Ginevra con due composizioni plastiche, che saranno esposte anche alla Mostra dei Futuristi italiani a Parigi presso la Galerie Reinhardt. Prende parte insieme a Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici e Boccioni, alla “Rassegna d’Arte Italiana” a Praga. Dal 1921 collabora come illustratore con il periodico “Domando la Parola!” poi diventato “I Lunedì del Popolo d’Italia”. Nel 1922 diviene disegnatore e grafico del quotidiano “Il Popolo d’Italia” e comincia la collaborazione con il periodico “Gerarchia”, che durerà fino al 1937. Nello stesso anno, sostenuto da Margherita Sarfatti e promosso dal gallerista milanese Lino Pesaro, nasce il gruppo de “I Sette Pittori del Novecento”, di cui Sironi fa parte con Bucci, Dudreville, Funi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi. Il gruppo propone un “ritorno all’ordine” e una ripresa della tradizione primitivista (Giotto, Masaccio) e rinascimentale in funzione della forma-volume, senza per questo rifiutare le esperienze delle avanguardie storiche. Il risultato di questa poetica è un realismo privo di fini sociali, una sorta di sublimazione del quotidiano. Nello stesso anno la “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” chiama Sironi tra i suoi illustratori; anche questa collaborazione avrà lunga durata, terminerà infatti con la chiusura del periodico nel 1943.
Nel 1924, alla XIV Biennale di Venezia, “I Sette Pittori del Novecento” ottengono un proprio spazio espositivo ma Oppi lascia il gruppo ed espone in una sala personale. Nello stesso anno esordisce anche come scenografo. Nel 1925 la Sarfatti identifica nel gruppo dei Pittori del Novecento un vero e proprio movimento artistico che battezza Novecento Italiano.
Il 1931 è un anno importante anche per quel che riguarda l’arte monumentale: realizza i cartoni per la sua prima commissione pubblica, la vetrata del Ministero delle Corporazioni a Roma, che ha per tema La Carta del Lavoro; viene incaricato di dipingere due teleri, L’Agricoltura e L’Architettura, terminati nel 1934, per il Palazzo delle Poste a Bergamo costruito da Angiolo Mazzoni, dove si trovano attualmente; si inaugura il Palazzo dei Sindacati Corporativi di Milano, per la cui facciata aveva progettato due grandi altorilievi.
Nel 1932 “Il Popolo d’Italia” pubblica il celebre articolo Pittura murale, nel quale Sironi affronta la questione della necessità storica e sociale della pittura murale. A Roma nel Palazzo delle Esposizioni ha luogo la “Mostra della Rivoluzione Fascista”, di cui Sironi cura l’allestimento e disegna il manifesto, riscuotendo grandi consensi di critica. In questo anno è presente alla Biennale di Venezia con sette opere e partecipa alla mostra “22 artistes italiens modernes” alla Galleria Bernheim di Parigi; da questo momento è presente in numerose rassegne all’estero e sue opere vengono acquistate da importanti musei italiani e stranieri.
Dopo una elaborata fase progettuale, nel 1935 Sironi dipinge ad affresco L’Italia fra le Arti e le Scienze nell’abside dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma, di Marcello Piacentini; sulla “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” pubblica Racemi d’oro, uno scritto sui mosaici di Ravenna, riferimento importante per le opere che sta realizzando.
Nel 1936 cura l’allestimento del Padiglione della FIAT alla XVII Fiera Campionaria di Milano e partecipa alla rassegna “Pittura Moderna Italiana” a Villa Olmo di Como. Nello stesso anno si dedica alla realizzazione di grandi mosaici per il Palazzo di Giustizia di Milano e, per la VI Triennale milanese. Prosegue la sua attività di muralista realizzando l’affresco L’Italia, Venezia e gli Studi nell’Aula Magna dell’Università di Ca’ Foscari a Venezia, progettata da Carlo Scarpa.
Durante il conflitto mondiale Sironi riprende la pittura da cavalletto, dove tornano temi già affrontati dall’artista, i paesaggi urbani, i gasometri, i nudi, le montagne, filtrati attraverso l’influsso della Metafisica e resi con una pittura materica e pastosa. Nel 1945, dopo l’insurrezione di Milano, sfolla a Dongo. Nonostante la profonda amarezza per il crollo dei suoi ideali civili e politici, nel 1946 riprende la sua attività: ha una personale alla Galleria L’Annunciata di Milano, espone alla Galleria del Cavallino di Venezia, partecipa alla I Biennale mediterranea di Palermo e a una collettiva alla Galleria Borromini di Como; fonda, insieme a Carrà, Casorati, De Grada e Margotti, la Biennale Nazionale d’Arte di Imola. In questo periodo Sironi dipinge soprattutto a tempera, tecnica che trova più congeniale in quanto più simile, come effetto, all’affresco. I dipinti di questi anni riflettono una nuova concezione dello spazio, maturata attraverso le esperienze di muralista e scenografo; nascono le composizioni divise in più scomparti e linee narrative, dall’impianto monumentale.
Dal 1950 ha una intensa stagione espositiva. Nel 1960 in occasione della “Mostra Storica del Futurismo” vengono esposte otto opere di Sironi alla XXX Biennale di Venezia, dove l’artista mancava da ventotto anni. Nello stesso anno partecipa alla mostra sulla pittura italiana del Novecento presso la Galleria Edmondo Sacerdoti di Milano e alla mostra “Arte Italiana del XX secolo da Collezioni Americane” presso il Palazzo Reale di Milano. Nel 1961 riceve dal Comune di Milano il Premio Città di Milano e il Circolo artistico di Cortina d’Ampezzo lo omaggia in una mostra con più di cinquanta opere messe a disposizione da collezionisti di Cortina e Venezia. Il 13 agosto muore e, secondo la sua volontà, viene sepolto nel cimitero monumentale di Bergamo, accanto alla madre e alla figlia Rossana.
BLINDARTE ha trattato spesso opere di Mario Sironi all'interno delle sue aste, in particolare: La Grande Composizione (Figurazioni allusive alla vita sul mare), una tela di grandi dimensioni del 1948 proveniente dalla Collezione Tirrenia, aggiudicata a circa 350.000€
Al 1898 risalgono i primi disegni. Nel 1902, dopo il diploma, decide di iscriversi alla facoltà di Ingegneria che abbandonerà nel 1903, sofferente di disturbi nervosi, per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Incoraggiato dallo scultore Ettore Ximenes e dal pittore Antonio Discovolo, amici di famiglia, dipinge quadri di impostazione divisionista. Frequenta la Scuola Libera del Nudo di via di Ripetta, dove conosce Umberto Boccioni, Gino Severini e Giacomo Balla.
Nel 1905 partecipa all’Esposizione della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti a Roma. Nello stesso anno inizia la sua feconda attività di illustratore, eseguendo alcune tavole per la rivista “La Lettura” e tre copertine per il periodico “L’Avanti della Domenica”. In questi anni casa Sironi è frequentata da artisti e letterati, tra cui Cipriano Efisio Oppo, Vincenzo Costantini (che sposerà la sorella Marta), Filippo Tommaso Marinetti, Anton Giulio Bragaglia oltre a Boccioni, Balla e Severini. Grazie all’ospitalità e al sostegno del cugino medico Torquato Sironi, nel 1906 soggiorna a Milano. Frequenta Boccioni e si reca con lui a Parigi, dove approfondisce la conoscenza della pittura francese. L’esempio di Cézanne e del postimpressionismo, in particolare di Pisarro, influenza il modo di dipingere di Sironi tra il 1908 e il 1911; si tratta di una pittura divisionista simile a quella di Balla, ma più larga e densa.
Le opere di Sironi, tra il 1913 e il 1914, denunciano l’influsso di Boccioni e delle suggestioni cubiste, ma anche della grafica degli espressionisti tedeschi, conosciuti nei suoi soggiorni in Germania. Aderisce al movimento futurista e prende parte all’“Esposizione libera futurista” presso la Galleria Sprovieri di Roma. Nel 1914 conosce Matilde Fabbrini, insegnante di francese e sua futura moglie. Tramite Marinetti, tornato da un viaggio in Russia, conosce il cubofuturismo russo. La pittura di Sironi pian piano comincia a discostarsi dal futurismo di Boccioni e dal cromatismo di Balla; predilige colori dai toni scuri, foschi, tutta la gamma delle terre e mantiene, nonostante la frammentazione dell’immagine, una grande solidità costruttiva.
Nell'ottobre del 1915 firma con Marinetti, Boccioni, Luigi Russolo e Antonio Sant’Elia il Manifesto interventista L’Orgoglio Italiano. Nel 1916 sulla rivista “Gli Avvenimenti” Boccioni loda l’opera di Sironi illustratore, di cui elogia la potenza plastica e lo spirito ironico, citando anche la sua opera pittorica. Il 1919 è un anno denso di importanti avvenimenti per Sironi. A luglio sposa a Roma Matilde Fabbrini, dalla quale avrà due figlie, Aglae e Rossana. Ha la sua prima personale alla Casa d’Arte Bragaglia in via Condotti; sulla rivista “Valori Plastici” la mostra è aspramente criticata da Mario Broglio. Si trasferisce a Milano e partecipa alla “Grande Mostra Futurista” di Palazzo Cova con quattordici opere, molte delle quali ispirate alla recente esperienza bellica. La sua attività di illustratore diviene intensa: inizia a collaborare con la rivista “Ardita” e con il periodico “La Fiamma Verde”.
Nel gennaio del 1920 firma, insieme a Leonardo Dudreville, Achille Funi e Russolo, il Manifesto Contro tutti i ritorni in pittura, in polemica con la rivista “Valori Plastici”, che può essere considerato il primo passo verso la genesi del Novecento Italiano; frequenta il “salotto” milanese della Sarfatti, futura animatrice del movimento. Nel marzo dello stesso anno insieme a Bucci, Carrà, Carpi, Dudreville, Funi, Gigiotti Zanini, Leto, Livi, Martini e Russolo espone a Milano alla Galleria Gli Ipogei. Nelle opere esposte da Sironi in questa occasione la figura umana viene costruita dall’artista architettonicamente e la luce è utilizzata per conferire drammaticità al contrasto tra spazio e figure. In questi anni Sironi inaugura nei suoi dipinti un nuovo tema, quello delle periferie e dei paesaggi urbani, immagini deserte e inquietanti della città moderna, dove raramente è presente, isolata, la figura umana.
Tra il dicembre 1920 e il gennaio 1921 partecipa insieme ai futuristi alla “Exposition Internationale d’Art Moderne” di Ginevra con due composizioni plastiche, che saranno esposte anche alla Mostra dei Futuristi italiani a Parigi presso la Galerie Reinhardt. Prende parte insieme a Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici e Boccioni, alla “Rassegna d’Arte Italiana” a Praga. Dal 1921 collabora come illustratore con il periodico “Domando la Parola!” poi diventato “I Lunedì del Popolo d’Italia”. Nel 1922 diviene disegnatore e grafico del quotidiano “Il Popolo d’Italia” e comincia la collaborazione con il periodico “Gerarchia”, che durerà fino al 1937. Nello stesso anno, sostenuto da Margherita Sarfatti e promosso dal gallerista milanese Lino Pesaro, nasce il gruppo de “I Sette Pittori del Novecento”, di cui Sironi fa parte con Bucci, Dudreville, Funi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi. Il gruppo propone un “ritorno all’ordine” e una ripresa della tradizione primitivista (Giotto, Masaccio) e rinascimentale in funzione della forma-volume, senza per questo rifiutare le esperienze delle avanguardie storiche. Il risultato di questa poetica è un realismo privo di fini sociali, una sorta di sublimazione del quotidiano. Nello stesso anno la “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” chiama Sironi tra i suoi illustratori; anche questa collaborazione avrà lunga durata, terminerà infatti con la chiusura del periodico nel 1943.
Nel 1924, alla XIV Biennale di Venezia, “I Sette Pittori del Novecento” ottengono un proprio spazio espositivo ma Oppi lascia il gruppo ed espone in una sala personale. Nello stesso anno esordisce anche come scenografo. Nel 1925 la Sarfatti identifica nel gruppo dei Pittori del Novecento un vero e proprio movimento artistico che battezza Novecento Italiano.
Il 1931 è un anno importante anche per quel che riguarda l’arte monumentale: realizza i cartoni per la sua prima commissione pubblica, la vetrata del Ministero delle Corporazioni a Roma, che ha per tema La Carta del Lavoro; viene incaricato di dipingere due teleri, L’Agricoltura e L’Architettura, terminati nel 1934, per il Palazzo delle Poste a Bergamo costruito da Angiolo Mazzoni, dove si trovano attualmente; si inaugura il Palazzo dei Sindacati Corporativi di Milano, per la cui facciata aveva progettato due grandi altorilievi.
Nel 1932 “Il Popolo d’Italia” pubblica il celebre articolo Pittura murale, nel quale Sironi affronta la questione della necessità storica e sociale della pittura murale. A Roma nel Palazzo delle Esposizioni ha luogo la “Mostra della Rivoluzione Fascista”, di cui Sironi cura l’allestimento e disegna il manifesto, riscuotendo grandi consensi di critica. In questo anno è presente alla Biennale di Venezia con sette opere e partecipa alla mostra “22 artistes italiens modernes” alla Galleria Bernheim di Parigi; da questo momento è presente in numerose rassegne all’estero e sue opere vengono acquistate da importanti musei italiani e stranieri.
Dopo una elaborata fase progettuale, nel 1935 Sironi dipinge ad affresco L’Italia fra le Arti e le Scienze nell’abside dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma, di Marcello Piacentini; sulla “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” pubblica Racemi d’oro, uno scritto sui mosaici di Ravenna, riferimento importante per le opere che sta realizzando.
Nel 1936 cura l’allestimento del Padiglione della FIAT alla XVII Fiera Campionaria di Milano e partecipa alla rassegna “Pittura Moderna Italiana” a Villa Olmo di Como. Nello stesso anno si dedica alla realizzazione di grandi mosaici per il Palazzo di Giustizia di Milano e, per la VI Triennale milanese. Prosegue la sua attività di muralista realizzando l’affresco L’Italia, Venezia e gli Studi nell’Aula Magna dell’Università di Ca’ Foscari a Venezia, progettata da Carlo Scarpa.
Durante il conflitto mondiale Sironi riprende la pittura da cavalletto, dove tornano temi già affrontati dall’artista, i paesaggi urbani, i gasometri, i nudi, le montagne, filtrati attraverso l’influsso della Metafisica e resi con una pittura materica e pastosa. Nel 1945, dopo l’insurrezione di Milano, sfolla a Dongo. Nonostante la profonda amarezza per il crollo dei suoi ideali civili e politici, nel 1946 riprende la sua attività: ha una personale alla Galleria L’Annunciata di Milano, espone alla Galleria del Cavallino di Venezia, partecipa alla I Biennale mediterranea di Palermo e a una collettiva alla Galleria Borromini di Como; fonda, insieme a Carrà, Casorati, De Grada e Margotti, la Biennale Nazionale d’Arte di Imola. In questo periodo Sironi dipinge soprattutto a tempera, tecnica che trova più congeniale in quanto più simile, come effetto, all’affresco. I dipinti di questi anni riflettono una nuova concezione dello spazio, maturata attraverso le esperienze di muralista e scenografo; nascono le composizioni divise in più scomparti e linee narrative, dall’impianto monumentale.
Dal 1950 ha una intensa stagione espositiva. Nel 1960 in occasione della “Mostra Storica del Futurismo” vengono esposte otto opere di Sironi alla XXX Biennale di Venezia, dove l’artista mancava da ventotto anni. Nello stesso anno partecipa alla mostra sulla pittura italiana del Novecento presso la Galleria Edmondo Sacerdoti di Milano e alla mostra “Arte Italiana del XX secolo da Collezioni Americane” presso il Palazzo Reale di Milano. Nel 1961 riceve dal Comune di Milano il Premio Città di Milano e il Circolo artistico di Cortina d’Ampezzo lo omaggia in una mostra con più di cinquanta opere messe a disposizione da collezionisti di Cortina e Venezia. Il 13 agosto muore e, secondo la sua volontà, viene sepolto nel cimitero monumentale di Bergamo, accanto alla madre e alla figlia Rossana.
BLINDARTE ha trattato spesso opere di Mario Sironi all'interno delle sue aste, in particolare: La Grande Composizione (Figurazioni allusive alla vita sul mare), una tela di grandi dimensioni del 1948 proveniente dalla Collezione Tirrenia, aggiudicata a circa 350.000€