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Attilio Pratella
(Lugo di Ravenna 1856-Napoli 1949)
Napoli dal Vomero (?)
olio su tela, cm 28x35
firmato"A. Pratella" in basso a destra
sul retro si legge: "Poche volte mi è capitato di vedere un Pratella di questa qualità superlativa" Alfredo Schettini
Proprio Alfredo Schettini, che ha scritto di suo pugno l’autentica altamente elogiativa – e a ragione - di questo dipinto di Pratella, ci illumina nella monografia a lui dedicata (Morano, Napoli 1954) su alcune circostanze della biografia del pittore originario di Lugo di Ravenna particolarmente significative per collocare correttamente l’opera in questione. Nel ricostruire gli anni di formazione di Pratella, Schettini cita l’esperienza presso l’Accademia bolognese alla scuola di Antonio Puccinelli, cita il soggiorno veneziano a contatto con Fragiacomo e con Favretto, per poi soffermarsi sui primi anni del soggiorno napoletano a partire dal suo arrivo nel 1876 e dai suoi rapporti con il R. Istituto di Belle Arti e i suoi due numi tutelari Morelli e Palizzi. Ma nell’ambiente napoletano, dove ben presto Pratella conobbe la maggior parte degli artisti allora attivi, il pittore ravennate fece le sue scelte in base a una certa affinità: De Nittis, allora a Parigi, di cui conobbe soprattutto le opere giovanili, Dalbono e il giovane Antonio Mancini. Fra l’81 e l’83 i primi paesaggi di Pratella che arrivavano sul mercato avevano questi tre artisti come punti di riferimento, al punto che Masto Peppe, ci racconta Schettini, vendette un suo paesaggio come Dalbono. Subito dopo fu lo stretto rapporto intrecciato con Giuseppe Casciaro, arrivato a Napoli nell’83, a dare un’impronta significativa al suo paesaggismo. Sappiamo che tra l’86 e l’87 i due artisti avevano addirittura coabitato in una stanzetta a via Foria e che per vari anni avevano mantenuto l’abitudine di fare insieme le loro escursioni pittoriche. Ebbene il dipinto di Pratella che qui si presenta risale proprio al periodo compreso fra il 1886 e il 1900: nel taglio generale dell’immagine con un lungo primo piano di verde che relega in alto, fin quasi al bordo superiore del quadro, gli edifici con la chiesa ricorda molto da vicino la costruzione di alcune opere di Giuseppe Casciaro, risalenti anche esse a questo periodo, come, ad esempio, Pescatori sul molo, del 1890 (ill. in F.C. Greco - M. Picone Petrusa – I. Valente, La pittura napoletana dell’Ottocento, Napoli, Pironti 1993). La materia pittorica e la gamma dei colori sono differenti, anche per l’uso prevalente in Casciaro del pastello, ma è invece molto simile il criterio compositivo che, affidandosi a una prospettiva quasi esclusivamente aerea, alza l’orizzonte al massimo con una sorta di “vuoto” in primo piano, in modo da creare un sentimento di attesa nello spettatore che solo alla fine trova la conclusione di questo campo lungo, lasciandosi conquistare nel percorso del suo sguardo dai puri giochi di colore del primo piano.