081-2395261
081-5935042
Antonio Mancini
(Roma 1852-1930)
Figura con drappo rosso (Suonatrice di Mandòla)
olio su tela, cm 140x101
firmato e datato "A. Mancini 1922" in basso a destra
Il dipinto di Mancini è stato esposto alla Galleria Pesaro di Milano nella "Mostra Individuale dei Pittori Antonio Mancini e Arturo Rietti", 1925.
È pubblicato in Alfredo Schettini, Antonio Mancini, Stiped Torino, 1953
già Collezione Delleani, vedi catalogo, p. 231.
Appartenente all’ultimo periodo della produzione di Mancini, questa Figura con drappo rosso risente ancora dell’azione “rieducatrice” del mecenate e committente Otto Messinger che, deciso a fargli abbandonare i soggetti laceri e proletari della sua fase giovanile, gli finanziò un viaggio in alcune città mitteleuropee, come Berlino, Monaco, Norimberga allo scopo di fargli conoscere la grande arte, ricca di soggetti aulici. Fu proprio dopo il rapporto con Messinger che Mancini si dedicò maggiormente a questi ritratti di impronta altoborghese o aristocratica che vedevano come protagoniste gran dame riccamente abbigliate, intente a suonare o a osservare la realtà con atteggiamento languidamente distaccato. Dal punto di vista pittorico questo ritratto esemplifica l’ultima evoluzione del suo linguaggio che sembra cedere alle lusinghe del colore e di una forma sfaldata, dopo aver a lungo resistito al fascino dell’impressionismo. Nei suoi viaggi parigini Mancini aveva conosciuto l’impressionismo e pare avesse addirittura acquistato un Monet (P. Rosazza Ferraris, 1991), probabilmente per studiarlo con calma e individuare un antidoto che contrastasse lo svuotamento prospettico e volumetrico conseguente alla divisione del colore di marca impressionista. Il linguaggio di Mancini, messo a punto fra il 1880 e il 1910-12, con l’invenzione della doppia graticola, con la sperimentazione di un vero e proprio polimaterismo, fino alla realizzazione di una sorta di bassorilievo pittorico, costituisce una soluzione di compromesso tesa a salvaguardare tanto la grande conquista dei colori puri e della luce portata avanti dagli impressionisti quanto i valori volumetrici tradizionali. Giunge così a una sua versione della cosiddetta “solidificazione” dell’ impressionismo, tema pittorico, questo, che starà al centro degli interessi di molti pittori europei, compresi i futuristi. La fase in cui fu ospite di Ferdinand du Chêne a Frascati (1912-1918) e quella romana successiva, cui appartiene il nostro dipinto, sembrano contraddire il percorso immediatamente precedente, in quanto Mancini sembra avviare un progressivo sgretolamento della forma. Indubbiamente nella produzione di quest’epoca tarda i contorni diventano più incerti e le esplosioni coloristiche sembrano avere la meglio, ma, a ben guardare, anche in questa fase persiste un nocciolo solido della figurazione che fa da perno alle sue straordinarie fantasmagorie coloristiche, che, forzando un po’ troppo la realtà della storia, alcuni hanno definito addirittura protoinformali.