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Alberto Savinio (1891-1952)
Senza titolo
Firmato Savinio in basso a destra
Tempere e tecnica mista su cartone pesante
cm 43x33
Provenienza: Eredi Romanello, Ferrara
Fotografia dell'opera autenticata da Ruggiero Savinio, Roma, in data 28 novembre 2007
"Chi ha visto le mie pitture, chi ha letto i mie libri, chi ha udito la mia musica, sa che il mio unico compito è dare parole, dare forma e colori, e una volta era pure dare suoni a un mio mondo poetico. Nessun altro dei tanti fini delle arti mi riguarda". Queste le parole di Andra Francesco Alberto de Chirico, in arte Alberto Savinio, che appaiono in "Autopresentazione" del 1940. Artista poliedrico e di notevole spessore ha lasciato un ampio corpus di opere: musica, pittura, scrittura, approdando ad un genere fantastico che fonde insieme Classicismo, Metafisica e Surrealismo.
Savinio nasce ad Atene nel 1891. Fratello di Giorgio de Chirico condivide con lui gran parte della propria infanzia ed adolescenza dalla Grecia, agli studi in Germania, alla partecipazione ai Circoli d'Avanguardia a Parigi, al servizio militare a Ferrara. Nel 1926, di ritorno a Parigi, si riavvicina alla pittura legandosi al gruppo dei Surrealisti. Sarà l'unico italiano incluso, suo malgrado, da Breton nella "Anthologie de l'Humor Noir" del 1939 tra gli anticipatori del Surrealismo.
Tornato in Italia nel 1933, Savinio scombussolerà il mondo della critica artistica con le sue difformità e commistioni tra mondo animale, vegetale e minerale. "Cerco di dipingere sempre meglio. […] Non per una maggiore 'somiglianza' con la realtà, ma anzi per sempre più staccare la 'cosa' dipinta dalla cosa reale, per implicarla in sé, per isolarla. La pittura ama se stessa. […] Alla volontà di dipingere sempre meglio - sembra rispondere Savinio alle accuse della critica, nello scritto del 1940 - si unisce la volontà di dipingere sempre più forte. Dipingere forte per accrescere la portata della 'parola' pittorica: per 'cantare' la parola pittorica come si canta la parola liturgica, e renderla più lunga e risonante; noi che dobbiamo parlare di là dagli occhi che ci guardano, di là dalle montagne che ci chiudono, di là dai mari che ci separano, di là dai secoli che ci aspettano. S'intende che davanti a queste preoccupazioni 'sacerdotali', le ricerche tonali e i dubbi se la pittura ha da essere pura o illustrativa, impallidiscono come la luce di una lampadina tascabile nella luce del sole".